The Time of Your Life (In Italian)

With gratitude for the translation by Letizia Montroni

I Momenti Più Belli 

Prima parte

Di recente sono tornato nel Sud-Ovest degli Stati Uniti per tenere un workshop di Contact Improvisation di due fine-settimana a Washington D.C. Ho insegnato molte volte per queste comunità e non mi piace riproporre i soliti materiali. Come sfida per me stesso e per gli studenti, ho proposto che il tema del workshop fosse un argomento su cui avevo bisogno di lavorare personalmente. Il workshop era intitolato “I momenti più belli” e questa ne è la descrizione.

In questo workshop di quattro giorni useremo la Contact Improvisation per studiare che tipo di rapporto abbiamo con il tempo. Usando giochi, un po’ di sudore, e la fisicità unica della Contact, ci chiederemo:

  • Come affrontiamo il fatto di avere solo un tempo limitato davanti a noi?
  • Cosa significa avere “abbastanza” tempo?
  • Come possiamo dilatare il tempo facendo attenzione ai dettagli?

Queste domande emergeranno mentre raffiniamo la nostra tecnica nella danza e ne sperimentiamo le emozioni. Un’attenzione speciale sarà dedicata al sorprendersi in volo e al lasciare fluire il movimento nella danza.

Ero interessato a vedere se fosse possibile fare esperienza del passaggio del tempo in modo cinetico invece che concettuale; era mio scopo fare in modo che la nostra ricerca fosse esperienziale e basata sulle sensazioni; volevo sapere se, dilatando la nostra attenzione nel valorizzare ogni dettaglio di ciascun movimento, il tempo sarebbe sembrato più lento.

Sono sempre stato interessato al concetto di tempo. Ho passato sei anni della mia infanzia in Messico e ci sono tornato a vivere nel 1997 per tre anni, come fossi vittima di un incantesimo. Il tempo è diverso in Messico, è più lento, come se scorresse tranquillamente su un lungo arco. Negli Stati Uniti, soprattutto al Nord, raramente pare esserci abbastanza tempo. Si ha quest’impressione che le persone siano mortalmente affamate di tempo, sempre di fretta, con troppo da fare, ridotte a dividersi fra mille attività, esaurite, tese. Come in alta montagna, pare si boccheggi, in cerca di tempo. In una terra ricca di mezzi e stimoli siamo ridotti in miseria quando si tratta di tempo.

Inizio spesso i miei corsi in questo modo: “Oggi non c’è fretta, non c’è nessun luogo in cui andare, non c’è niente da fare. Oggi abbiamo tutto il tempo”. Di frequente alle mie parole seguono sospiri, le spalle si abbassano di uno o due centimetri. Tendiamo ad avere un atteggiamento difensivo e controllato nei confronti del tempo, cerchiamo d’“infilarci” così tante cose che il solo sentire questo “oggi abbiamo tempo” ci fa rilassare.

In passato mi lamentavo in classe di non avere più tempo. Poi ho imparato che il problema era che io volevo fare troppe cose. Il mio mantra oggi è: “fai meno!”. Sia che io abbia davanti un workshop di otto ore o uno di cinquanta minuti, ho tanto tempo. Spesso tolgo gli orologi dalla sala in cui insegno, così che sia possibile per i partecipanti abbandonare la cronometria ed entrare in una misurazione corporea del tempo.

Nel workshop su “I momenti più belli” ho iniziato chiedendo a tutti come si sentissero all’idea di avere sette ore da passare insieme. Concepite questo tempo come una linea retta o una curva? Come lo sentite? Come lo immaginate? O lo percepite in termini di movimento? Il tempo ha una consistenza per voi? È come il velluto, uno scivolo d’acqua, erba urticante, o è grezzo come la carta vetrata?

Poi abbiamo fatto un esercizio di consapevolezza corporea che è utile per calmare la mente ed essere presenti. Abbiamo avvolto la mano destra intorno al pollice sinistro, poi lasciando riposare le mani in grembo, abbiamo ascoltato la pulsazione del pollice. Quando abbiamo individuato il battito, abbiamo contato alla rovescia da 10 fino a 1, seguendo le pulsazioni del pollice e abbiamo aspettato ancora alcuni battiti. A questo punto abbiamo cambiato pollice e siamo andati avanti e indietro da una mano all’altra facendo lo stesso per tutte le dita fino al mignolo.

Ho scoperto che questa semplice presa di coscienza di un ritmo interno permette a qualcosa dentro di noi di stabilizzarsi e alla mente di trovare calma. Si tratta poi di una maniera piacevolissima per addormentarsi la sera se i mostri della mente ci assillano.

La maggior parte delle persone vede il tempo come un movimento in una direzione. Davanti a noi si trova il futuro; dietro il passato. Si ascoltano frasi come “questa ormai ce la siamo lasciata alle spalle” e “il futuro si apre davanti a noi”. Ho l’impressione che questa diffusa visione del tempo abbia un effetto sul nostro modo di danzare: rende i nostri movimenti più lineari e simmetrici e meno sferici e multiformi.

Ho incoraggiato le persone presenti al corso ad immaginare che il tempo arrivasse a noi da ogni direzione allo stesso momento, come da una sfera intorno a noi, per poi scomparire nel passato dentro di noi. Il tempo è tutto intorno, noi lo consumiamo, lo ingeriamo.

Abbiamo usato quest’immagine del tempo in movimento verso noi da ogni direzione come un modo per meditare sulla soglia che è in noi, quel varco in cui il tempo ci raggiunge dal futuro, dall’esterno, e va verso il passato, all’interno. Noi sediamo sulla soglia del tempo. Questo minimo cambiamento nel nostro modo di concepire il momento da linea a sfera ha avuto come conseguenza una percezione del tempo non più visuale ma cinetica. Nella meditazione sul tempo abbiamo giocato a spostare questa soglia dal cervello, al cuore, alla pancia, all’inguine, alla pelle. Ci siamo resi permeabili al tempo, l’abbiamo sentito mentre ci attraversava.

Da questo stato di coscienza, dalla percezione del tempo come movimento, abbiamo iniziato a muovere il corpo. Abbiamo lasciato che la velocità del tempo ci muovesse. Abbiamo gonfiato le vele di tempo, cercando quegli stati in cui il movimento non richiedesse sforzo.

Quando una persona grida in un canyon, ogni gola riverbera l’eco a una nota specifica; così per ogni persona esiste un ritmo a cui si muove con lucidità e chiarezza. A questa velocità, la persona non decide di muoversi, ma lascia che il movimento l’attraversi: una volta trovato questo ritmo, una persona può muoversi molto a lungo. Così, per una mezz’ora, un’ora del workshop, ci siamo mossi sull’orlo del tempo.

Questa pratica è continuata nel lavoro di coppia. Considerando le informazioni e le complessità di rapporto che emergono dal lavorare con un partner (aspettative, giudizi e reazioni) è diventato difficile mantenere consapevolezza del passare del tempo. Abbiamo dovuto davvero rallentare. È servita pratica per fare silenzio internamente al punto da raggiungere uno stato in cui potessimo avere un’esperienza cinetica del passare del tempo insieme ad un partner nella danza. A quel punto abbiamo cambiato direzione ed il workshop è stato finalizzato a mantenere una calma interiore nella danza e nelle sue diverse dinamiche.

Seconda parte: l’arte di aspettare

Ho detto alla mia anima: resta in silenzio, e attendi senza speranza

perché la speranza sarebbe speranza mal riposta:

aspetta senza amore

perché l’amore sarebbe mal riposto;

resta la fede

ma la fede e l’amore e la speranza

sono tutte nell’attesa.

Attendi senza pensiero,

perché tu non sei pronta al pensiero:

così l’oscurità sarà luce,

e la quiete danza.

T.S. Eliot: Traduzione di Massimo Scrignòli

            Lavorare col tempo ci ha portato inaspettatamente all’attesa. Ho sperimentato che le persone che offrono le tavolozze più ricche di colori nella Contact sembrano avere una certa calma alla base del movimento, una quiete. Si ha l’impressione che tra la velocità e l’azione, il ciclone dell’attività abbia un occhio fisso. Ho l’impressione che ci sia un qualcosa in questi danzatori che rimane in attesa.

La definizione del dizionario per il verbo “attendere”, “to wait”, in inglese recita più o meno così: “essere disponibili o pronti, non vedere l’ora di fare qlco., stare attenti, dedicarsi, applicarsi, badare a qlco., spec. come segno di rispetto; librarsi in alto finché appaia una preda. Etimologia: dal tedesco antico del Nord ‘whachton’: essere completamente svegli”.

Capisco l’azione di “aspettare” come “essere completamente svegli” e “pronti”; mi piace anche immaginare questo “librarsi in attesa di una preda”, con gli occhi ben aperti.

Ho cercato questa sensazione generale di calma interiore per lungo tempo. Sembra sia stato vite fa, ma quando ero ventenne ho passato anni nei centri Zen e visitando monasteri in Estremo Oriente. Facevo meditazione quotidianamente e partecipavo a ritiri mensili. Quello che ho scoperto è che la mia mente ama il movimento e non è appassionata allo stare ferma.

Quando ho conosciuto la Contact Improvisation ho avuto l’impressione di essere entrato in un’abitazione in cui sapevo dove fossero i mobili: mi sono sentito a casa. Ho dato le dimissioni dal ruolo di direttore dell’Empty Gate Zen Center di Berkeley, ho abbandonato la tonaca e le ciotole e mi sono votato a una vita di danza. Per indole il mio pensiero trovava calma più facilmente se ero in movimento invece che immobile e seduto su un cuscino.

Quando lasciai il centro Zen volevo continuare a praticare la meditazione regolarmente e siccome sapevo che il movimento era per me un aiuto, decisi di provare lo yoga, ma scoprii una resistenza alle routine lunghe e non riuscii mai a essere costante. Dopo dieci anni d’interruzioni e riprese mi chiesi: perché mi bastono così? Come posso trovare una via agevole? Provai diverse forme, finché scoprii che potevo fare sei minuti di yoga ogni mattina. Sei minuti; erano efficaci; li facevo con gioia; sentivo che avrei potuto continuare la pratica e il giorno successivo ero contento di riprendere. Nel corso degli anni quei sei minuti sono cresciuti in termini di tempo ed efficacia.

Alla fine di questa ricerca riguardo cosa renda una mente inquieta, come la mia, calma, ho scoperto altri metodi, come la meditazione delle dita che descrivevo prima. La maggior parte di queste semplici meditazioni ancora la persona, in qualche modo, al corpo e ai sensi:

  • ascolta i suoni lontani/ascolta i suoni nell’orecchio
  • respira col naso e la bocca in contemporanea
  • una morbida, lenta carezza
  • la “piccola danza” dello stare in piedi
  • consapevolezza delle transizioni presenti fra l’espirazione e l’inspirazione e fra l’inspirazione e l’espirazione.

Un’altra delle mie meditazioni favorite viene dal maestro di Vipassana Jack Kornfield: la meditazione dell’uva passa. Prendi un chicco d’uva passa e tienilo in mano. Sentine il peso; poi con un dito senti la sua consistenza e la densità della buccia e della polpa; avvicinalo al naso e prendi consapevolezza della topografia del profumo del chicco; guarda le sue cime e le sue valli, guarda la luce dei promontori e il buio dei suoi crepacci. Poi mettilo in bocca, chiudi gli occhi e prenditi il tempo di assaporare un solo chicco d’uva passa. Senti le traiettorie del profumo che esplode, l’inondare della saliva, e il modo in cui la chimica del tuo corpo cambia il sapore. Nota il retrogusto del chicco poi l’eco del retrogusto.

Questo esercizio di consapevolezza usato come riscaldamento apre il corpo e le abilità alla Contact Improvisation. Mentre i sensi si risvegliano e si aprono, le articolazioni si lubrificano e si genera la volontà di essere consapevoli delle sensazioni nel movimento.

Abbiamo iniziato il secondo pomeriggio con l’uva passa. Continuare l’esercizio di consapevolezza con il retrogusto è importante perché ci insegna ad aspettare. Quando ballo con qualcuno che ha la lucida capacità di aspettare, noto che mentre si muove continua a percepire dov’è appena stato; continua ad assaporare ed ascoltare l’eco di quello che è stato. Come suo partner nella danza, io ho l’opportunità di usufruire di un ampio numero di possibilità: dove il movimento sembra andare; dov’è nel momento; o dov’è appena stato.

Per darvi un’idea: immaginate di stare ballando con qualcuno, siete entrambi in piedi e in contatto fisico. Il vostro partner inizia a ripiegarsi su di sé, flettendo delicatamente caviglie, ginocchia e pelvi, ma mentre si abbassa, lascia una mano all’altezza del vostro petto. A questo punto potrebbe continuare ad abbassarsi o, concentrandosi sulla mano che ha lasciato indietro, potrebbe rialzarsi in piedi. Come suo partner, voi avete la possibilità di scegliere se concentrarvi sul movimento verso il suolo, sul movimento in discesa, o sulla mano che è all’altezza del vostro petto. Lasciando qualcosa dietro di sé il vostro partner offre nuove opportunità a sé e a voi. In quest’abbondanza di scelte, in questa generosità di possibilità, la soglia del presente si allarga. Il momento è pieno di vita per via di quello che offre.

Quando una miriade di possibilità si apre in ogni momento, le opportunità per fare autocritica diminuiscono. È più raro che una persona pensi: “Ah! Questa l’ho persa”, perché ci sono tante altre opportunità da cogliere. Il percorso che si sceglie è semplicemente quello con cui si partecipa alla danza e si è meno presi da giudizi del tipo “giusto” o “sbagliato”.

Per anni mi sono chiesto come io, come qualsiasi persona, possa aumentare la propria capacità di rimanere in questo stato di calma interiore. Quello che scopro sempre più è il bisogno di lasciarsi andare, a briglie sciolte, lasciare che il nostro cervello primitivo ed il corpo parlino più forte. Esiste un tiranno dentro di noi che esige una decisione, una decisione fissa e inamovibile: vuole una singola foto del fiume, invece di lasciare che le acque scorrano (il mio tiranno personale esige anche che le mie lezioni siano divertenti). Come aumentare la nostra capacità di vivere nell’irrisolto?

James Hillman parla proprio di questo “stato” quando scrive:

Ma per raccogliere questi frutti è necessario imparare ad accettare un sé che rimane ambiguo, non importa quanto da vicino lo si analizzi. Fluido, attivo, pieno di contraddizioni irrisolvibili, è nella natura del sé agire al di là delle ostinate richieste di un sistema logico e coerente da parte dell’io.

È come decidere di fare l’autostop lungo la strada. Non si sa se troveremo un passaggio fra un minuto o fra tre giorni. Ci si butta nel proprio destino: in parte si sceglie, in parte ci si arrende a qualcos’altro.

Il secondo fine settimana del workshop abbiamo danzato con l’idea di lasciare qualcosa alle spalle, permettendo al movimento di fluire con continuità, facendo in modo che ogni gesto fosse, in ogni istante, seme per il successivo. Abbiamo provato a calmare la coscienza, e la volontà incosciente, lasciando che ogni istante continuasse nel successivo.

Abbiamo anche allenato la nostra capacità di rimanere disorientati nel continuare il movimento in modo fluido, invece di stare in equilibrio, anche quando stavamo per cadere, quando eravamo in volo, o in un momento esilarante. Specialmente in queste occasioni abbiamo cercato di lasciare qualcosa dietro di noi, cercando una sensazione di calma interiore, continuando a librarci in attesa della preda, aspettando.

Durante questi due fine-settimana, il tempo è rallentato? La nostra concentrazione ci ha regalato giorni in più? La sfera con cui abbiamo immaginato il tempo ha fatto sembrare il momento presente più lungo, come se ci fossero più possibilità e più esperienze in ogni istante; ma alla fine di ogni giorno eravamo tutti sorpresi che il tempo fosse passato così in fretta.